
Ho appena voltato l'ultima pagina dell'ultimo romanzo di Dan Brown, Il simbolo perduto, Mondadori. Se con il primo volume della saga parareligosa – Il codice Da Vinci – Brown si era attirato le ire infuocate del Vaticano, pare che con questo abbia voluto riallacciare i buoni rapporti con santa madre Chiesa: dopo la lettura del Simbolo anche i non credenti avranno fatto i loro esercizi spirituali di seminaristica memoria.
E non è la sola differenza con i precedenti. Mentre negli altri volumi (è proprio il caso di dire: oltre 600 pagine per ogni tomo, quando con 350 basterebbe ed avanza) il finale è sempre con hollywoodiani effetti, qui è come una di quelle canzonette degli anni '50 che vanno spegnendosi per un dolce addormentarsi. Peccato che nei romanzi non ci siano illustrazioni, perché Brown poteva finire con una bella cartolina di Washington all'alba, magari sponsorizzata dal locale Ente per il Turismo.
Come capite, non sono affatto entusiasta di quest'ultima fatica del romanziere più venduto dell'ultimo decennio. Sono riuscito a cominciarlo e a finirlo, faticosamente; per altri – Moccia, tanto per fare un nome molto in voga – non sono andato oltre la pagina 50. Ci tengo ai miei neuroni.
Come al solito Dan Brown parte da un fatto apparentemente scientifico: quando l'11 settembre tutto il mondo in contemporanea rimase colpito dalle immagini che andavano in onda e gli strumenti registrarono un qualcosa di anomalo a livello planetario – come un'enorme onda sismica – nacque l'ipotesi che il pensiero umano avesse una sua consistenza fisica. Miliardi di menti concentrate su un unico dato possono creare una forza, rilevabile scientificamente.
Da questa idea nasce la noetica e su questa si sviluppa tutto il romanzo. Idea teoricamente plausibile, le cui conseguenze, tirate molto per i capelli, hanno avuto buon gioco ai fini editoriali per parlare di religione e massoneria.
Dicevo di saga. Non a caso il protagonista, tanto per cambiare, è ancora il professor Langdon che si conferma – se non proprio gay – almeno asessuato: possibile che in ogni romanzo si trovi affiancato da un'affascinante partner (traduci: gnocca) e non gli passi per l'anticamera del cervello neppure una scopatina veloce veloce? Non dico James Bond, ma anche Forrest Gump – tanto per restare sull'immagine di Tom Hanks – c'avrebbe fatto qualcosa.
Per chi come me, come tutti noi, ha della massoneria un concetto abbastanza oscurantistico, questo libro è un sipario che si apre e mostra una confraternita di bontemponi tutti dediti allo studio di sane letture spirituali, un convivio di asceti per nulla interessati a mettere le mani sul potere, filantropi che non trescano con i peggiori servizi segreti per ribaltare i governi ed instaurare un "nuovo" ordine mondiale. Licio Gelli non è passato di qua, ed è una bella scoperta.
















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