Se qualcuno si aspettava dall'Unione Europea se non una censura ufficiale, quanto meno una tirata d'orecchie a Berlusconi è rimasto deluso. Il capo del governo – proprietario fra l'altro di tre televisioni private, possessore di altre due pubbliche, nonché patron di non so quante testate di carta stampata – esce ancora una volta a testa alta dall'accusa, questa volta solo politica e non giudiziaria, di aver instaurato nel Paese un clima di oscurantismo mediatico. Con una serie di votazioni sui documenti opposti del centrodestra e del centrosinistra e dei singoli gruppi parlamentari, l'assemblea di Strasburgo ha detto di no a tutti.
In pratica l'Europa dice: sono cavoli vostri, noi non ci mettiamo il becco.

Come riferisce Andrea Bonanni, poche volte come questa si è registrato un così alto tasso di partecipazione alla discussione e al voto dei parlamentari europei. Questo significa che il fattore B., se era considerato fino ad ieri una guerra intestina tra un gruppo editoriale (Repubblica-l'Espresso) ed il tycoon italiano, da oggi è un problema europeo, nonostante l'esito del voto.
Se dall'Atlantico agli Urali, e dal Mar Baltico al Mediterraneo, la gran maggioranza degli europarlamentari si sono sentiti in dovere di ascoltare, discutere e votare dei documenti sulla libertà di stampa in Italia, questo vuol dire che il problema esiste. Che poi i medici, chiamati a fare una diagnosi, non si siano trovati d'accordo, è un altro paio di maniche: la malattia c'è, e non si può far finta di nasconderla.

Il rigetto di tutti i documenti, però, ha un risvolto negativo. Chiaramente il voto o, meglio, le varie votazioni hanno assunto una connotazione politica, una non-scelta che fotografa un'Europa paralizzata a prendere una linea comune decisa, in un verso o nell'altro.
Ancora una volta il continente non sa esprimere una linea di condotta netta e si muove come un pendolo. Manca una bussola, un progetto che non sia solo economico.
Eppure in altre occasioni, vedi la guerra nei Balcani, c'era stato un pronunciamento omogeneo. Sul caso italiano, invece, è mancato il coraggio di assumersi delle responsabilità: il sì al documento di centrodestra avrebbe significato l'avvallo politico al berlusconismo, il sì al documento contrapposto del centrosinistra avrebbe sottolineato il fatto che siamo in un regime.

In attesa che Strasburgo, dopo essersene lavata le mani, prenda una posizione coerente con i principi del diritto, non ci resta che leggere e meditare – sempre in fatto di libertà di espressione – sul nostro 49° posto al mondo, con ben 14 posizioni perse in due anni, dopo Gana e Trinidad-Tobago, Mali e Namibia.
 

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