Cambiano, le mode cambiano. Cambiano gli uomini ed anche il loro modo di ragionare, a volte, e come dice l’adagio cinese: il saggio cambia opinione. Se così è, bisogna dar atto al ministro dell’Economia Tremonti che è un saggio.
"Non credo – ha detto il ministro ad un convegno - che la mobilità sia di per sè un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale". Ben venga che qualcuno se n’è accorto.
Gli americani sono per loro natura dei flessibili e lo dimostra la loro mobilità territoriale: se decidono per amore o per forza di spostarsi, mettono insieme quattro scatoloni, li caricano in macchina e se ne vanno da un oceano all’altro, senza problemi, come fecero i Padri Pellegrini alla scoperta del West. Noi europei, ed ancor più noi italiani, sono più di duemila anni che siamo diventati delle popolazioni stanziali; solo nell’ultimo secolo siamo tornati ad essere dei migranti, spinti dalla necessità del lavoro, e nelle nuove patrie abbiamo scelto un mestiere che fosse quello possibilmente per tutta la vita.
Nelle aziende c’era la consuetudine di premiare la fedeltà dei dipendenti dopo una vita di lavoro. Poi è arrivato il verbo della flessibilità e della mobilità; la ricerca del posto fisso era diventata un handicap, la mancanza di ambizioni, la visione di una vita statica e tutto sommato noiosa. In questa logica, non a caso, lo statale e il parastatale, il militare e il professore sono stati, e lo sono tuttora, nel mirino dello schizzato prof. Brunetta, uno dei pochi assieme a Bersani (!) ad aver espresso la propria contrarietà al Tremonti-pensiero.
Con sano realismo il ministro dell’Economia ha detto quello che tutti pensano. Un giovane, ed ancor più una coppia che decida di metter su famiglia, non può programmare tranquillamente il proprio futuro quando sa che uno o tutti due oggi lavorano e domani chissà. Come pensare di stipulare un mutuo pluridecennale per comperar casa, quando non si è sicuri se domani si avrà ancora uno stipendio?
L’insicurezza legata alla flessibilità determina un clima negativo in ognuno, che diventa un sistema negativo a livello generale. L’incertezza del domani fa crollare la fidelizzazione all’azienda, la disaffezione al proprio lavoro, il malcontento personale che – sommato a quello di tutti gli altri nelle medesime condizioni – diventa pessimismo sociale. Non ci vuole molto a capirlo.
La speranza è di passare dalla presa d’atto della situazione ai fatti concreti. Fare un passo indietro e capire che non sempre quello che va bene da una parte va bene anche dall’altra, e comprendere che le mode sono mode. Costano e passano.
















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